Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

I Domenica di Quaresima, Anno C

 

 

 

 

 

10 marzo 2019

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato (Lc 4,1-13).

Prima di iniziare la sua attività pubblica come annunciatore della “bella novità” della venuta e della realizzazione del Regno di Dio sulla terra, Gesù decide di affrontare la prova decisiva del deserto, guidato dallo Spirito. Pienamente Dio, Gesù è anche, in tutto e per tutto, vero uomo e, in quanto tale, deve capire come “allineare” ed armonizzare la propria vera umanità con la propria vera natura divina. Il deserto è luogo di privazione, di pericolo immanente, di distacco totale da quella sicurezza minima che può essere garantita solo da una vita di relazione, familiare o sociale ed è in grado di spogliare l’essere umano da qualsiasi pretesa di comodità e di programmazione della propria esistenza. Nel deserto l’essere umano è solo con se stesso e deve cercare di sopravvivere sforzandosi di trovare un modus vivendi con l’ambiente estremo che lo circonda. Senza cibo si può sopravvivere qualche settimana, senz’acqua si muore in pochi giorni. Nel silenzio assoluto del deserto, solo la voce sussurrata del vento ti può tenere compagnia e, alla lunga, persino il flebile suono della sabbia “pettinata” dall’aria od il battito del cuore possono diventare una gradita compagnia in un luogo in cui il tempo sembra sospeso tra la luce abbagliante ed infuocata del giorno ed il freddo buio della notte, quando persino un cielo stellato può farti sentire un minuscolo e miserabile essere, sperduto nell’immensità dell’universo. Gesù rimane nel deserto per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Il periodo, trascorso da Gesù in totale solitudine, è quantificato dall’evangelista secondo i parametri del “tempo” biblico: il numero 40 è il prodotto che si ottiene moltiplicando il numero “10” (numero della pienezza, della perfezione, chiara allusione alle Dieci Leggi, o Decalogo, che regolano la vita dell’uomo secondo il volere di Dio creatore) per “4” (indicante i quattro punti cardinali e, quindi, l’intero spazio entro cui si muove tutta la creazione in armonia con le leggi fissate dal Creatore). Il quaranta è un numero che ricorre spesso nella Sacra Scrittura ed indica un tempo adeguato per consentire all’uomo di sintonizzare i propri pensieri, la propria volontà e capacità di amare sulla stessa lunghezza d’onda del modo di essere di Dio, a somiglianza del quale l’uomo è stato creato. Per entrare in sintonia con Dio è necessario sopportare e superare le tentazioni, che provengono dal “diavolo”, il quale non si presenta all’uomo con aspetto terrificante ed accompagnato dalla puzza di zolfo, come spesso si ama rappresentare il Maligno, ma con gli abiti più convenzionali e dimessi della ragionevolezza e del buon senso. Le tentazioni arrivano quando Gesù si trova nel momento peggiore delle sue condizioni psicofisiche, poiché la vita di privazione nel deserto sta già lasciando i segni evidenti sul suo corpo; è dimagrito, la gola è arida per la sete e le labbra sono screpolate dal vento secco del deserto, che lo sta prosciugando dal di dentro, gli occhi arrossati e frustati dalla sabbia, con la vista che gioca brutti scherzi a causa della luce abbagliante del sole. Il tentatore (in ebraico, satàn) è in agguato e cerca di sorprendere Gesù insinuandosi nella sua mente e proponendogli un ragionevole compromesso tra la sua condizione umana e la sua natura divina. A differenza degli esseri umani, infatti, Satana non ha bisogno di ricorrere ad un atto di fede per credere all’esistenza di Dio e sa benissimo chi è Gesù; il fatto è che Satana non sopporta proprio il disegno salvifico di Dio, di cui l’Incarnazione è il punto cardine e non accetta l’invasione di campo, da parte di Dio, nel suo terreno di caccia preferito: la dimensione materiale dell’esistenza umana. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». La fame provata da Gesù è vera e gli provoca i crampi allo stomaco, ma non gli toglie la lucidità nel comprendere il significato della tentazione proveniente dal “diavolo” (che in greco significa “colui che separa”, ovviamente l’uomo da Dio): ricorrere ad una scorciatoia, il miracolo, per superare le difficoltà ed esibire il proprio potere. In certo qual modo, il diavolo suggerisce a Gesù di inseguire un messianismo terreno, basato sul potere; se tu sei Figlio di Dio, allora comportati da Dio e non fare finta di essere un uomo. In tal caso, l’essere umano si sentirebbe privato della sua libertà di scelta e non si sentirebbe accolto da Dio come un figlio, ma avrebbe la consapevolezza di essere trattato da Lui al pari di uno schiavo senza diritto di replica. Al contrario, Dio ama ogni singolo essere umano in modo unico, gratuito ed esclusivo, ma non impone nulla a nessuno. Ognuno è libero di corrispondere all’amore di Dio o di respingerlo e non è certo con un miracolo che il Signore vuole conquistarsi la fiducia degli uomini. Gesù non cade nel tranello: all’uomo basta ed avanza la Parola di Dio per la propria vita spirituale. Il pane è importante per sopravvivere fisicamente, ma non è tutto nella vita. Oltre al pane, oltre al benessere materiale, ci sono anche altri valori altrettanto, se non più, importanti. Se si riempie lo stomaco, ma si mette a digiuno il cervello od il cuore, si riduce l’uomo allo stato puramente animale ed in giro troviamo tanti esempi di “bestialità” cui l’uomo si degrada quando rinuncia alla propria “umanità” solo per un pezzo di pane. Fallita la tentazione riguardante la sensualità (o esaltazione della realtà materiale, concepita come valore predominante nella vita degli esseri umani), il diavolo ripiega su un’altra “debolezza” dell’animo umano: il potere. Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Di cosa non sono capaci gli uomini per conquistarsi un posto al sole? Il potere dona euforia, fa perdere il senso della realtà, regala privilegi e, soprattutto, anestetizza la coscienza rendendola gradualmente insensibile ai principi etici universalmente condivisi. Secondo il Vangelo odierno, chi esercita una qualsivoglia forma di potere deve guardarsi dalle tentazioni subdole e maligne che provengono dal diavolo, il quale mira ad essere adorato al posto di Dio, lasciando intendere di essere dispensatore di doni che non gli appartengono. La risposta di Gesù tronca sul nascere l’arroganza del diavolo: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Rendere culto a Dio solo significa mettersi al servizio suo e delle sue leggi, il che comporta anche la ricerca esclusiva del bene comune e non del proprio esclusivo interesse perché, agli occhi di Dio, siamo tutti uguali e per Lui non esistono figli e figliastri in quanto siamo stati da Lui creati a sua immagine e somiglianza. Al diavolo resta un ultimo tentativo di corrompere il Figlio di Dio e trascinarlo dalla sua parte. Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Il diavolo cerca di suggerire a Gesù che, data la sua condizione privilegiata di Uomo-Dio, non sarebbe poi così male prendere la giusta scorciatoia per farsi accettare dagli uomini come Messia senza fare tanta fatica: basterebbe esibire il proprio potere sulla natura e sugli spiriti celesti compiendo miracoli a getto continuo. La fede in Dio avrebbe, così, il sapore di una pagliacciata e sarebbe depotenziata. Dio non sa che farsene di un uomo “costretto” a credere ed a fidarsi di Lui senza il corretto esercizio della propria libertà di scelta e senza l’uso della propria intelligenza e volontà. Dio vuole attrarre a sé gli uomini con la forza del proprio amore ma non vuole obbligare nessuno ad amarlo controvoglia. Se vogliamo, il libero arbitrio è il vero dramma dell’essere umano ma il Signore Dio non fa mai mancare la propria grazia ed il proprio aiuto per sorreggere ogni singolo essere umano nell’esercizio della propria libertà e nel discernimento dello spirito. Ci sono momenti della vita in cui si impongono scelte decisive: per il lavoro o la professione, per la famiglia, per l’orientamento dei figli, o più radicalmente ancora, per l’impostazione dell’esistenza in rapporto a valori autentici o a pseudo-valori. Per i credenti, il battesimo è stato la scelta fondamentale per Cristo, l’accettazione di criteri evangelici di vita. Ma vivendo nel mondo è inevitabile respirarne l’atmosfera e subirne gli influssi negativi, la sollecitazione a rincorrere i miti del profitto, della produzione, del consumo, a fondare la vita più sull’avere che sull’essere. Il fascino di queste prospettive alienanti arriva facilmente a determinare le decisioni, specialmente se manca una lucida capacità critica. Ponendosi contro ogni manipolazione della verità e smascherando ogni tradimento dell’uomo, la parola di Dio diventa criterio di giudizio e grazia liberante. Gesù nel deserto fa esperienza di incertezza: o cedere alla tentazione del prestigio umano e del facile successo, o fidarsi del Padre. La sua scelta cade dalla parte più scomoda, cioè dalla parte di Dio e resta fedele alla sua identità di Figlio. Per lui, al di fuori del Padre, non ci sono altri signori che meritino adorazione e servizio. Alle insinuazioni del tentatore e alla seduzione della potenza Gesù ribadisce la sua scelta di fedeltà al progetto del Padre: «Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». Il primato di Dio non intende mortificare l’uomo, ma mira a salvaguardarne la libertà e la dignità (cit.). Il diavolo non esaurisce le sue tentazioni nel deserto di Giuda. L’ultima e la più terribile tentazione è tenuta in serbo per il Gòlgotha, dove si consumerà la tragedia del supremo rifiuto dell’amore di Dio da parte dell’uomo.

II Domenica di Quaresima, Anno C

17 marzo 2019

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (Lc 9,28b-36). 

L'episodio della trasfigurazione viene collegato temporalmente alla professione di fede di Pietro ed al primo annunzio, fatto da Gesù in un luogo appartato, presumibilmente in Galilea, della sua imminente morte e risurrezione. Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. I tre apostoli, scelti da Gesù per essere testimoni della sua trasfigurazione, sono stati i primi ad essere da Lui chiamati a seguirlo insieme ad Andrea, fratello di Simon Pietro, il quale però appare più defilato ed in secondo piano rispetto agli altri tre. Simone, forse il più anziano degli apostoli, ha ricevuto dallo Spirito di Dio il dono di riconoscere in Gesù il Figlio dell’Altissimo e dal suo Maestro è stato soprannominato Pietro, il cui significato è intuitivo. Su questa “roccia” Gesù ha deciso di fondare la propria Chiesa, che gli uomini, con la loro miseria e le forze diaboliche, ostili al progetto salvifico di Dio, fanno e faranno sempre traballare senza riuscire mai a farla crollare. Solido nella fede e dotato di buon senso, Pietro non è immune dalle debolezze umane, ma Gesù ha su di lui dei progetti speciali, anche se non esita a definirlo “satana” quando dichiara apertamente di non accettare come logica e ragionevole la previsione della sua passione e morte. Nonostante le sue fragilità ed incoerenze, Pietro diventerà il capo riconosciuto ed indiscusso della Chiesa di Cristo ed il suo primato su tutte le chiese della terra si trasmetterà fino alla fine della storia umana attraverso il pontificato dei vescovi di Roma, suoi successori nella Sede Apostolica romana chi in modo degno e chi no. Giacomo e Giovanni sono due fratelli ed hanno un carattere focoso, tanto da essere soprannominati da Gesù "figli del tuono". Questi tre saranno gli stessi che Gesù prenderà con sé nel momento drammatico che precede il suo arresto nel Getsemani. Possiamo dire che l'episodio della trasfigurazione si è verificato proprio a beneficio di questi tre discepoli "problematici", che faticano ad accettare il modo di agire e di pensare di Gesù. Orbene, insieme ai fidi discepoli Gesù si reca sul monte a pregare. L’evangelista non cita il nome del monte e neppure specifica quanto sia alto, ma pone l’accento sul motivo che spinge Gesù a questa ascesa: la preghiera. Nella tradizione biblica, il monte è ritenuto un luogo adatto alla preghiera, sia per la solitudine che vi regna, sia perché simbolicamente più vicino a Dio, il quale metaforicamente abita nei cieli. Tutta la vita di Gesù è segnata e scandita dalla preghiera, che precede ed accompagna anche tutte le sue scelte più importanti ed i momenti topici della sua esistenza terrena, come la scelta dei discepoli, il compimento dei miracoli, l’imminenza della passione, il martirio sulla croce. Abituati alle loro preghiere, ridotte a formule imparate a memoria e recitate meccanicamente senza un vero afflato spirituale, i discepoli di Gesù si accorgono da subito che il modo di pregare di Gesù è tutt’altra cosa. Quando prega, Gesù è profondamente immerso, con tutto il suo essere, nel dialogo con il Padre, per emergerne poi con un viso luminoso che attira, come una potente calamita, i cuori freddi, scettici ed insensibili di quanti si accostano a Lui per riceverne una parola di conforto, un gesto di benedizione o di guarigione od ascoltarne l’insegnamento. Ora, mentre (Gesù) pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Luca sottolinea che l'evento straordinario ha avuto luogo proprio mentre Gesù pregava, presentandolo così come una risposta di Dio a chi si rivolgeva a lui con fiducia; il volto trasfigurato dalla gloria divina, che Gesù condivide col Padre e lo splendore abbagliante delle vesti sono un’anticipazione di ciò che avverrà al momento della resurrezione dai morti di Gesù stesso e che, in modo simile, avverrà per ciascuno di noi quando risorgeremo e le nostre anime si ricongiungeranno coi nostri corpi mortali, ridottisi nel frattempo ad un pugno di cenere o ad un mucchietto di ossa spolpate dal tempo. La morte infatti, secondo i vangeli, non distrugge l'individuo, ma gli consente di liberare tutte le energie, tutte le sue potenze vitali e di realizzarsi in una maniera completamente nuova, che per noi, uomini e donne avvinghiati al mondo materiale, soggiogati dalla tecnologia moderna, divenuti scettici ed increduli a causa di un razionalismo assurto a religione “laica”, è assolutamente misteriosa ed incomprensibile. Rivolgendosi ai cristiani di Corinto, città greca cosmopolita e piena di contraddizioni culturali e morali, l’apostolo Paolo affermava che tale “trasfigurazione” dei nostri corpi mortali non inizia con la morte, ma trova compimento già durante la vita terrena: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). I primi cristiani erano convinti di possedere una qualità di vita tale che, attraverso un processo di trasformazione in atto già in questa esistenza terrena, avrebbero raggiunto facilmente la soglia definitiva della felicità ancora prima di morire. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Gesù si trova, improvvisamente, in ottima compagnia: Mosè, che rappresenta la Legge, a lui consegnata da Dio sul Sinai e su cui ogni pio israelita (ed ogni essere umano, a qualunque cultura, lingua o religione appartenga) deve fondare la propria esistenza ed il proprio cammino spirituale in questo mondo ed Elia, considerato il massimo esponente del movimento profetico ebraico. In altre parole, accanto a Gesù compare la sintesi della Legge e dei Profeti, per dirla con gli ebrei, ossia ciò che per noi è la prima parte della Bibbia, l’Antico Testamento. Gesù rappresenta, ovviamente, la seconda parte della Bibbia, ossia il Nuovo Testamento, che tanti conoscono ma in cui pochi sono disposti a credere fino alle conseguenze più logiche ed inevitabili. Sembra quasi che Gesù abbia convocato questi due illustri personaggi storici del passato proprio per aiutare i tre discepoli indecisi. Mosè ed Elia non conversano coi tre apostoli, ma soltanto con Gesù. Pare di capire che tutti gli atteggiamenti negativi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni derivino da un attaccamento quasi acritico alle tradizioni religiose che si erano consolidate nel popolo ebraico nel corso della sua storia, a partire dalla ferma convinzione che il regno d'Israele dovesse diventare dominatore di tutti gli altri popoli pagani e che il Messia dovesse necessariamente manifestarsi attraverso il potere. Né Mosè, né Elia, quindi né la Legge né i Profeti, hanno più nulla da dire alla comunità cristiana se non in quelle parti che sono conciliabili con l'insegnamento e l'attività di Gesù. Essi parlano con Gesù degli eventi che avrebbero avuto luogo a Gerusalemme, la città santa, verso la quale Gesù fra poco si dirigerà per consumare il proprio destino di morte e risurrezione, sintetizzabile con il termine esodo, sulla falsariga del passaggio del popolo ebraico, sfuggito alla schiavitù in Egitto, attraverso le acque del Mar Rosso alla conquista della libertà in una patria tutta sua: la Terra Promessa. L’intera vicenda storica del popolo ebraico va rivista, così, come prefigurazione ed immagine dell’evento pasquale di Gesù. La schiavitù degli ebrei in Egitto sta alla propensione al male propria di ogni essere umano, così come il passaggio miracoloso delle acque del Mar Rosso sta alla passione, morte e sepoltura di Gesù mentre la conquista della Terra Promessa è immagine ed anticipazione della resurrezione del Signore, grazie alla quale ogni uomo è liberato dal peccato ed è introdotto nella gloria del Regno di Dio. Il battesimo cristiano evoca la vicenda storica dell’esodo di Israele e realizza l’opera di salvezza compiuta da Cristo grazie al mistero redentivo della sua Pasqua. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Il sonno, che “opprime” i tre apostoli, esprime la loro fragilità ed inadeguatezza al cospetto della teofania (o manifestazione del divino) di cui sono spettatori e testimoni diretti, pur con tutti i limiti imposti dalla loro natura umana. Ciò non toglie che essi possano riferire, a tempo debito, ciò che hanno visto e sperimentato: lo splendore emanato dal volto di Gesù, il bianco cangiante delle sue vesti, la presenza accanto al Maestro di Mosè e di Elia, lo stordimento provato davanti a tale visione celestiale e la viva percezione della propria nullità, ben espressa dall’osservazione banale, egoistica e, a suo modo, “tentatrice” fatta da Pietro: Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa. Per meglio comprendere il senso della tentazione pensata da Pietro in modo così spontaneo e senza malizia, occorre calarsi nella realtà religiosa e culturale del tempo. Tra le feste che c'erano in Israele, una in particolare era così importante e popolare da non essere neanche nominata; veniva semplicemente detta "la festa". Era la festa delle Capanne, una festa di origine agricola: in autunno, una volta terminata la vendemmia, si celebrava il raccolto dimorando per sette giorni sotto ripari fatti di frasche intrecciate; nel corso dei secoli questa festa agricola venne trasformata in festa religiosa in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Come il popolo aveva vissuto nomade nel deserto, così la comunità israelita, per una settimana, riviveva questa festa della liberazione vivendo con mezzi di fortuna ed a stretto contatto con la natura. Essendo la festa della liberazione dalla schiavitù, secondo la tradizione ebraica il Messia sarebbe apparso improvvisamente durante la festa delle Capanne. Pietro, che vede Gesù con Mosè, cioè la Legge, e con Elia, cioè i Profeti, dice: facciamo tre capanne, cioè manifestati come Messia, come liberatore di Israele. Dal modo di elencare i tre personaggi secondo il loro ordine d’importanza, si comprende la logica del ragionamento di Pietro, un vero ebreo e figlio della cultura e della mentalità del suo tempo, secondo cui al centro di tutto sta la Legge di Mosè, mentre il Messia è solo colui che deve far osservare la Legge. Pietro non ha ancora compreso che Gesù è venuto a sovvertire questo antico ordine di cose, inaugurando una Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo nel segno del suo sangue, versato per la redenzione di tutti gli uomini mediante il sacrificio della propria Persona, ma i tempi non sono ancora maturi. Ben presto Pietro e gli altri apostoli capiranno che Gesù è venuto a liberare le persone dalla sudditanza alla Legge ed alla religione, per proiettarle nell'ambito della fede. Non conta più ciò che l'uomo deve fare nei confronti di Dio, ma ciò che Dio fa nei confronti dell'uomo. Ma tant’è: Pietro non sapeva quello che diceva. Solo dopo l’esperienza della resurrezione del Maestro, Pietro comprenderà la reale portata della propria umana pochezza, ma non dimenticherà mai l’ebbrezza incancellabile di quella visione gloriosa. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. Il fenomeno della nube è un simbolo della presenza attiva di Dio in mezzo al suo popolo e ciò crea “paura” nei tre apostoli, consapevoli di trovarsi al cospetto della divinità. Pietro sta ancora parlando e viene interrotto dalla voce stessa dell’Altissimo, il quale proclama che Gesù è suo Figlio e comanda che gli si dia ascolto. Non è un invito. È un ordine e chiunque si sottrae a tale comando di Dio ne pagherà le conseguenze. Il Padre non si è compiaciuto in Mosè, non si è compiaciuto in Elia, che sono espressioni parziali della religione, la quale non riuscirà mai a dare l'idea di chi è Dio, perché Dio è al di fuori della religione. La voce, che esce dalla nube, afferma senza mezzi termini che chi si mette in ricerca di Dio, può incontrarlo solo in Gesù, vero Volto del Padre. Solo Lui bisogna ascoltare e seguire, solo su di Lui bisogna tenere fisso lo sguardo. Il mondo è sempre stato pieno di falsi messia, che promettono felicità a liberazione da tutti i mali, ma chi non riconosce la centralità di Cristo nella storia, o la rinnega, si espone al rischio dell’eterna perdizione. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. Forse gli apostoli restano ammutoliti perché hanno compreso che Gesù è diverso da come se lo sono immaginato, non è il Messia potente e sterminatore, dominatore di popoli, come descritto dalla tradizione religiosa ebraica; forse hanno capito che il loro modo di intendere la religione ed il rapporto personale con Dio è tutto sbagliato e da rivedere radicalmente e ciò li turba profondamente. Gesù ha sconvolto il loro modo di credere, ha cercato di far capire loro che Dio non è un castigamatti di cui avere paura, ma un Padre amorevole e misericordioso e ciò che hanno appena udito li ha definitivamente scombussolati. Solo quando Gesù sarà già resuscitato, tutto sarà chiaro e parleranno di quanto hanno sperimentato. Studiando la storia della Chiesa lungo i secoli, ci accorgiamo che l’umanità, specie quella che si riconosce nella fede cristiana, non ha ancora imparato del tutto la lezione del Vangelo e non riesce ancora a metterlo in pratica nel modo dovuto.

III Domenica di Quaresima, Anno C

24 marzo 2019

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”» (Lc 13,1-9).

Secondo il modo di pensare tipico degli ebrei del tempo di Gesù, le disgrazie che colpiscono il singolo individuo od una collettività sono il segno evidente del castigo di Dio, il quale punisce in modo diretto e spesso brutale chi si macchia di qualche colpa, pubblica o privata che sia. A ben vedere, anche molti cristiani dei nostri giorni la pensano allo stesso modo, a volte partendo da un punto di vista esattamente opposto: perché Dio mi ha colpito con una malattia o una disgrazia se non ho fatto nulla di male? Che male ho fatto per meritarmi questo o quello? Stando al vangelo odierno, Gesù considera questo modo di ragionare del tutto fuorviante ed errato nella sostanza. Per un verso, Gesù vuole smontare il pregiudizio secondo il quale la sventura terrena è, in qualche modo, collegata a colpe personali o collettive e, per l’altro verso, Egli vuole insegnarci che la vera disgrazia per l’essere umano è il rifiuto a convertirsi ed a mettere Dio al centro della propria esistenza. Semmai, come dice Gesù, i fatti della vita, specie quelli negativi e capaci di turbare la nostra coscienza, devono stimolarci a rientrare in noi stessi ed indurci ad interpretare il linguaggio provvidenziale di Dio, il quale, anche attraverso tali eventi (compresa la morte degli innocenti), ci invita a mettere ordine nel nostro modo di pensare e di agire, a ricostruire la giusta scala dei valori ed a tenerci alla larga da scelte di male. «L’anno di attesa è l’intera vita dell’uomo prima del giudizio. Dio ce la dà come il nostro tempo di conversione. Ma non intende dire: c’è sempre tempo per convertirsi; vuol ricordare invece: ogni giorno dell’anno è tempo di conversione» (Il catechismo degli adulti). La cronaca di ogni giorno è satura di brutte notizie. L’epoca storica in cui ha vissuto Gesù non fa eccezione. Si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Due fatti di cronaca diversi, una sola possibile lettura. Una strage di galilei messa in atto dalle truppe romane per ordine di Pilato, il sanguinario governatore della Palestina, una strage di giudei causata dal crollo di una torre in Gerusalemme. La morte di tante persone, alcune delle quali certamente innocenti, scuote le coscienze ma Gesù non dà la colpa a nessuno della loro morte, se non alla cattiveria degli uomini (Pilato) od agli imprevisti della natura e della sorte (un terremoto? Un cedimento strutturale della torre?). La chiave di lettura di queste disgrazie è data da Gesù, che si pone dal punto di vista di Dio: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Le sciagure di questa vita sono nulla rispetto alla perdita della vita eterna a causa di una scelta perseverante ed irrevocabile di male. Chiunque può mettere in atto un processo di conversione, in qualsiasi momento della propria vita, ma non bisogna andare fuori tempo massimo. Purtroppo in molti, anche tra i cristiani, mettono in dubbio la reale esistenza dell’inferno, ma al riguardo Gesù è stato piuttosto esplicito, come lo è stato nel presentarci Dio come un Padre buono, misericordioso e sempre pronto al perdono, ma anche rispettoso della libertà di scelta dell’uomo. L’affermazione di Gesù non lascia adito a troppe interpretazioni alternative e di stampo “buonista”, del tipo: fate quello che volete, tanto Dio fa finta di nulla e dimentica tutto. La parola di Dio vuol provocarci pertanto alla conversione e l’urgenza di questo appello assume in Cristo una tonalità particolare: egli è la misericordia del Padre, sempre disposto a dare un’occasione all’uomo per fare penitenza. Il tempo di Cristo è il tempo della pazienza del Padre. Dio non impone scadenze fisse. Non si tratta di debolezza, ma di amore. Il rischio è di sottovalutare la pazienza di Dio e la sua giustizia. La conversione implica una profonda verifica di sé e della direzione che ha assunto la propria vita e richiede un «cambio radicale di direzione». La conversione segna il passaggio da una fede accettata passivamente, generalmente ereditata dalla famiglia, a una fede attivamente conquistata, come risposta al dono di Dio e all’intervento dello Spirito Santo nella nostra vita. La conversione sollecita la completa rottura di una mentalità orientata verso il male, verso valori puramente umani, verso l’autosufficienza e l’orgoglio, per aderire ai segni di penitenza che non siano soltanto dei vuoti gesti rituali. La conversione si traduce in un’adesione al Regno di Dio che viene e nell’impegno faticoso ed assiduo per esso; è l’atteggiamento proprio del povero, del piccolo, del servo, del figlio, è autenticità di comportamento contro ogni dissociazione tra fede e vita (Catechismo degli adulti). Dio si attende dall’uomo un atto di fede coraggioso, che nessuno può compiere al suo posto, neppure Dio. Il cammino di conversione può comportare scelte strazianti e sconvolgenti. Ci sono situazioni in cui non è facile agire o da cui è ormai impossibile tornare indietro: scelte come quella di chi ha divorziato, di chi ha rotto con la Chiesa, con la vita religiosa..., non si possono facilmente modificare; un concubinaggio con figli che non può risolversi col matrimonio; una improvvisa e non voluta maternità; una impreparazione psicologica ad accettare un figlio; un drogato «assuefatto»;  una forte ingiustizia patita; un comportamento abituale di diffidenza tra marito e moglie, tra genitori e figli; la lotta che coinvolge famiglie, una vendetta che è andata oltre i propri intenti. Eppure per tutto è valido sempre l’appello alla conversione. E’ un cammino lungo e difficile. Un cammino che strazia la carne e che esige il rispetto e l’aiuto di tutta la comunità. Esige la comprensione di chi sa che certe scelte non sempre dipendono dalle persone, e che certe situazioni possono verificarsi per ognuno di noi. Cristo non ha permesso di sradicare una pianta a prima vista improduttiva. Un germe di vita nuova è possibile ad ogni primavera. Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”» La parabola del fico sterile ci dice proprio questo: Dio ha pazienza, anzi, Egli è infinita pazienza e sempre si aspetta che l’uomo produca un frutto di conversione, anche se piccolo, brutto a vedersi e poco gustoso. Purché ci sia. Sta a noi permettere a Dio di non rimanere deluso del nostro atteggiamento.

IV Domenica di Quaresima, Anno C

31 marzo 2019

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”» (Lc 15,1-3.11-32).

Per la mentalità ottusamente legalistica degli ebrei del suo tempo, specie di quelli che si considerano i puri e duri interpreti della fede dei padri, Gesù è un “fuori di testa”, un eretico, un destabilizzatore degli autentici valori dell’ebraismo, un “peccatore” indegno di accedere al sacro culto perché si contamina continuamente frequentando pubblici peccatori, dando confidenza alle donne di notoria immoralità e toccando chi è stato punito da Dio con malattie disgustose ed immonde come la lebbra o con la possessione diabolica. Secondo questo metro di giudizio, appare ovvio che i miracoli compiuti da Gesù siano intesi più come opera di collaborazione col demonio che con l’Altissimo. In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Proprio a costoro, farisei e scribi, che a forza di guardare il peccato del prossimo non s’accorgono del male che alligna nel loro cuore e nelle loro menti, Gesù racconta una parabola che esprime a tutto tondo la vera essenza di Dio Padre: la misericordia, la pazienza, il perdono, la gioia per la conversione del peccatore. Un padre aveva due figli, di cui il maggiore era il più coscienzioso, sempre pronto ad obbedire alle sue richieste e gran lavoratore nell’azienda di famiglia, mentre il minore era un vero scavezzacollo, un irresponsabile vanesio, piuttosto incline al divertimento e vero scansafatiche. Un bel giorno, il figlio minore fece una richiesta assurda: volle essere liquidato dal padre, ricevendo in anticipo la parte spettante di eredità, senza nemmeno avere la decenza di aspettare che il genitore passasse a miglior vita. Un vero affronto per il bravuomo, che subì la richiesta del figlio degenere con un tonfo al cuore; senza inscenare sfuriate od inutili discussioni, il padre divise tra i figli le sue sostanze, senza che il “figlio modello” obiettasse alcunché su quella procedura insolita ed irrispettosa avanzata dal fratello minore. Anche a lui, evidentemente, la divisione del patrimonio andava bene; chi tace acconsente, recita il proverbio. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Il giovinastro era finalmente libero di fare quello che voleva; non doveva più obbedire alle disposizioni del padre, non doveva faticare nei campi e nelle stalle, poteva coricarsi alle prime luci dell’alba ed alzarsi da letto a giorno inoltrato, poteva divertirsi con le donne che desiderava ed avventurarsi senza remore ai tavoli da gioco, mangiare e bere a volontà e dare fondo ai suoi averi senza ritegno. È un po’ quello che succede ai rampolli viziati delle famiglie benestanti e ricche sfondate dei giorni nostri: giovani che non conoscono la responsabilità e la fatica del vivere quotidiano, che scialacquano i loro beni tra auto di lusso, donne dalla bellezza mozzafiato, lusso, bagordi, gioco d’azzardo e droga. Vite bruciate e capitali sciupati all’insegna del divertimento fine a se stesso e del capriccio. Ma la goduria non dura in eterno e, prima o poi, anche i soldi finiscono; persino le belle donne, che pure ti hanno fatto credere di essere un macho inarrivabile, appena s’accorgono che non hai più soldi per ripagare le loro attenzioni e moine, magicamente spariscono dalla tua vita. E così, il giovane sciagurato si ritrovò in bolletta, senza lavoro, senza futuro. Al colmo della disperazione e della fame, lo sventurato si dovette abbassare ad andare a pascolare i porci, i quali non gli concessero nemmeno il magro beneficio di mangiare qualcuna delle carrube, di cui questi animali si nutrivano con una certa voracità assai poco ospitale. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Giunto al limite delle sue forze, lo scapestrato ritornò, finalmente, in sé e cominciò a rimpiangere quella vita, così “noiosamente organizzata” e ripetitiva, trascorsa nella casa del padre. Suo padre era un uomo ricco ed alle sue dipendenze lavoravano molti salariati (non schiavi, si badi bene!); di certo, anche in quel tempo di carestia, in quella casa, che era stata sua un tempo neppur tanto lontano, non mancavano cibo, sicurezza e comodità. Era stato proprio uno stupido ad andarsene in quel modo, per di più umiliando il suo “vecchio” con l’arrogante richiesta che gli fosse liquidata la sua parte di eredità. Ormai era tardi per tornare sui propri passi, ma forse c’era ancora una possibilità, seppur minima, di ritornare dal padre, chiedendogli innanzitutto perdono, confessando la propria iniquità ed elemosinando da lui un posto da salariato. Ormai si era giocato il posto di “figlio” e tutto a vantaggio del fratello maggiore, sempre così maledettamente “perfetto” e ligio al dovere, ma anche sempre così imbronciato e dall’aria perennemente insoddisfatta. Prima di incamminarsi verso casa, il giovane si preparò il bel discorsetto strappalacrime da esibire a suo padre per impietosirlo e farsi perdonare la propria scelleratezza, il che fa venire più di un dubbio circa il suo reale pentimento. La fame, si sa, è una padrona cui si può vendere, senza vergogna, anche la propria dignità. Quello che il giovane non sapeva, era che suo padre da tanto tempo lo stava aspettando con ansia scrutando ogni giorno l’orizzonte dal terrazzo della sua casa. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Un padre “normale” avrebbe, come minimo, fatto una bella “paternale” ed avrebbe rimproverato quel figlio per la sua avidità e dabbenaggine, ma “questo” padre si comportò in modo del tutto anomalo, come sottolineano i verbi usati da Gesù: vide, ebbe compassione, corse incontro, si gettò al collo, baciò. In questi verbi è racchiusa tutta l’ansia dell’attesa e della premura misericordiosa di Dio per ciascun essere umano ed è un qualcosa di impensabile e di umanamente incomprensibile. Se qualcuno ha dei dubbi circa la vera natura del Signore Dio, dovrebbe leggersi all’infinito questa parabola per capire come gli esseri umani si siano costruite e ritagliate immagini artefatte e del tutto false e tendenziose per appiccicarle addosso ad un Dio che sembra più un uomo che non un vero Dio, dipingendolo come un Essere iroso, vendicativo, perfido, indifferente e distaccato dalle vicende umane o, peggio, un sadico che si diverte delle sofferenze degli uomini. Orbene, “questo” padre non perse tempo ad ascoltare la penosa filastrocca di scusa, che il figliolo aveva mandato a memoria per recitarla tutta d’un fiato con l’intento di fare risaltare il proprio pentimento, ma con un rapido battere di mani, quasi a voler esprimere l’urgenza dei suoi ordini, si rivolse ai servitori di casa sollecitandoli a mettere in ordine quel suo ragazzo visibilmente provato dalla fame e dalla disperazione, malvestito, scalzo, smunto e … puzzolente, per prepararlo ad una grande festa di bentornato in famiglia. Il vestito più bello, l’anello al dito ed i sandali ai piedi erano i segni esteriori di una dignità restituita a chi se ne era andato sbattendo la porta per andare, alla fine, a contendere le carrube ai maiali, animali considerati dagli ebrei come i più ripugnanti ed impuri tra quelli esistenti sulla faccia della terra. Il padre non stava più nella pelle, tanto era felice per quel ritorno ormai insperato del figlio: questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Anche Dio non smette di sperare che il peccatore si penta, fosse pure all’ultimo istante di una vita sciagurata ed ormai data come persa per sempre! Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Le storie non hanno sempre un lieto fine, specie quando entrano in scena la gelosia e l’invidia. Il figlio maggiore di quel padre così “buono, paziente e misericordioso”, era sì di casa, ma come suo solito non era “in” casa; infatti, si trovava nei campi a compiere il suo dovere di figlio obbediente col collo storto ed il muso lungo. Il suo cuore e la sua mente erano lontani mille miglia dal modo di essere del padre. Questo figlio, obbediente e musone, può essere assunto come simbolo del credente ligio alle buone regole formali della religione, ma abitudinario e con una fede priva di calore e di vero amore. Un calcolatore. Un credente che si infastidisce per la fede gioiosa sprigionata dal cuore di un peccatore che si pente e ritorna a Dio. Di gente così sono piene tante comunità cristiane, le quali si chiudono a riccio e sono spesso incapaci di accogliere quanti, per vari motivi, si sono allontanati dalla fede o dalla pratica religiosa, estraniandosi dalla vita della comunità, salvo poi farvi ritorno con la segreta speranza di non essere giudicati per ciò che sono stati, ma di essere accolti per ciò che sono diventati. Il figlio maggiore si indignò, rivelando in pieno la propria aridità ed insensibilità spirituale. Invece di essere contento della felicità del padre e del ravvedimento del fratello minore, costui stava calcolando gli effetti negativi di quel clima di festa sul proprio futuro in quella casa. Di colpo, egli non era più l’unico figlio su cui il padre poteva fare conto, il vero erede legittimo di tutte le proprietà paterne, ma era tornato ad essere “uno dei due”. Tutta la sua vita, spesa nell’obbedienza e nella fedeltà al padre, diventava ai suoi occhi un inutile spreco ed una solenne “fregatura”. Tanti anni trascorsi col padre non gli erano bastati a comprendere di che pasta fosse quell’uomo: a lui interessava solo che non si consumasse un’ingiustizia alle sue spalle. L’indignazione fu tale, che il figlio maggiore non voleva entrare, non voleva nemmeno sentire le ragioni del padre, preoccupato solo del fatto che fossero stati messi a rischio i propri egoistici interessi. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». Il bravuomo uscì a supplicarlo. Non solo Dio non è quel permaloso e prepotente castigamatti che molti s’immaginano (forse condizionati dalla caricatura di padre che si sono trovati in famiglia), ma addirittura Egli si abbassa a livello dell’uomo, “uscendo” dalla propria condizione divina, per supplicare e convincere le sue creature ad accettarlo per ciò che è veramente: buono, pietoso, paziente, misericordioso, sempre pronto al perdono. Per contrasto, l’uomo è un grande egoista, anche quando vuole o presume di stare “dalla parte di Dio” e si professa credente, come il figlio maggiore della parabola, il quale rinfaccia al padre di averlo servito per tanti anni e di non aver mai disobbedito ad ogni suo comando, più per timore che per vero amore, verrebbe da aggiungere. La morale della parabola sta nelle parole finali pronunciate dal padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Le persone giuste e pie godono già del loro compenso su questa terra e non devono temere le oscure forze del male; Dio è sempre con loro e non le abbandonerà mai nelle mani dei malvagi, anche se le cronache quotidiane sembrano raccontarci una realtà diversa. La ricompensa per i giusti risiede nell’amore misericordioso e benevolo di Dio Padre, nella cui casa c’è uno spazio infinito pronto ad accogliere coloro che vogliono fare festa con Lui partendo da una condizione di figli obbedienti e fedeli, senza escludere però quei figli che hanno scelto di degradarsi ad uno stato “bestiale”, per poi ravvedersi e ritornare a Dio col cuore pentito e con la consapevolezza di ciò che hanno perduto allontanandosi da Lui.

V Domenica di Quaresima, Anno C

7 aprile 2019

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,1-11).

Il monte degli Ulivi è proprio di fronte alle mura di Gerusalemme e, pur essendo vicino ad una città piuttosto chiassosa e brulicante di vita, quel luogo è abbastanza tranquillo e carico di silenzio. Niente di meglio per trovare ispirazione ed immergersi nella preghiera. O forse, Gesù è attratto da quel luogo perché sa, dentro di sé, che proprio lì andrà consumandosi a breve la propria tragedia personale. La notte trascorre tranquilla e Gesù, immerso nel colloquio col Padre, nemmeno s’accorge del trascorrere delle ore. Al mattino, di buon’ora, Gesù si reca al tempio ed una folla sempre più numerosa va da lui per ascoltare il suo insegnamento. Non c’è che dire: il modo in cui Gesù fissa negli occhi la gente quando parla del Padre ed insegna ad amare Dio ed il prossimo, senza sentirsi soffocati dagli innumerevoli tranelli legali della Legge mosaica, dà la sensazione che si rivolga a ciascuno dei presenti, i quali si sentono interpellati e coinvolti in prima persona. Gli altri rabbini fanno conoscere la Legge, Gesù fa conoscere Dio e la differenza è più che evidente. Mentre Gesù sta insegnando, gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. La donna è colpevole di aver violato il sesto comandamento del Decalogo, la Legge consegnata da Dio stesso a Mosè sul monte Sinai e, quindi, è passibile di morte mediante lapidazione. Salta subito all’occhio che manca il còrreo: un adulterio si commette in due. Ma l’uomo dov’è? La solita discriminazione dei sessi, vien da dire. A subire processi e condanne è sempre la donna e l’uomo la fa sempre franca, anche in alcune culture dei nostri giorni, presso le quali, stranamente, la legge si pronuncia al femminile ma è sempre declinata al maschile, con prepotenza e presunzione. Il difetto procedurale, di cui scribi e farisei maliziosamente si fanno carico, risiede nella flagranza di reato imputata alla donna, come se il maschio, che con lei ha consumato l’adulterio, fosse all’improvviso sparito diventando uccel di bosco. Con la scusa che, secondo il racconto biblico, era stata Eva ad adescare Adamo, c’era buon motivo per ritenere che fosse stata la donna lì presente ad accalappiare il maschio con le sue arti di seduttrici e che, quindi, il danneggiato fosse proprio l’uomo, assente in quel consesso giudiziario. La scena descritta dall’evangelista ricalca le migliori scenografie cinematografiche. La donna adultera è posta in mezzo, di fronte a Gesù, suo presunto giudice e circondata dai veri giudici, gli scribi ed i farisei, che serrano le fila per impedire alla colpevole di tentare un improbabile scatto di fuga. Maliziosamente, scribi e farisei si rivolgono a Gesù chiamandolo solennemente “Maestro” e gli pongono la questione se sia giusto o no uccidere quella donna in ossequio alla legge mosaica. Il tranello, in cui costoro voglio far cadere Gesù, è fin troppo evidente. Tutti hanno ripetutamente sentito Gesù annunciare il tempo della misericordia e del perdono e tutti hanno ascoltato le sue parabole, che descrivono Dio come un padre amorevole e paziente, sempre disposto ad accogliere i peccatori ed a liberarli dai loro peccati. In realtà, Gesù ha ripetuto concetti già contenuti nei sacri libri della Torah, ma li ha ribaditi con forza e convinzione profonda. Ora, se Gesù dovesse dichiarare che l’adultera deve essere liberata, si metterebbe contro la Legge ed incorrerebbe nel rischio di essere considerato blasfemo e passibile pure lui di morte immediata; se, invece, sentenziasse la liceità della condanna a morte della donna, smentirebbe il proprio insegnamento circa la misericordia divina e resterebbe screditato per sempre agli occhi della gente. Apparentemente, Gesù prende tempo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Si sono fatte tante supposizioni su cosa abbia scritto Gesù sulla polvere. Già il semplice scrivere per terra contrasta con la fissazione del Decalogo sulle tavole di pietra: quando Dio ha consegnato a Mosè i Dieci Comandamenti ha inteso affermare la durata sempiterna dei suoi comandi, che devono essere scritti, innanzitutto, nel cuore degli uomini, ma gli uomini si sono divertiti ad aggiungere del loro a quanto scritto sulla pietra dal dito di Dio. In tal senso, scrivendo col dito sulla polvere, Gesù avrebbe voluto significare che tutti i paragrafi e le postille aggiunti da scribi e farisei, nel corso dei secoli, a chiarimento del senso profondo della Legge di Dio, altro non sono che sporcizia e polvere portate via dal vento del tempo, della storia e delle consuetudini e che, con le loro “regole”, gli uomini hanno tradito il cuore stesso della Legge. Qualcuno ha ipotizzato che Gesù abbia scritto per terra i nomi dei presenti e delle colpe da loro commesse “in segreto” e senza essere stati scoperti dagli uomini, ma smascherati da Dio stesso, che tutto vede e giudica con giustizia vera ed eterna. Altri hanno letto nel gesto di Gesù un senso di fastidio e di noia nei confronti di quei saccenti, sempre pronti a condannare e ad ammazzare i peccatori ed a dimenticare l’affermazione della Sacra Scrittura, secondo cui Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Quando Gesù sta seduto a terra, la sua parola è quella del Maestro che istruisce, ma quando si alza in piedi, la sua è la parola del Giudice che sentenzia, assolve o condanna. E la condanna arriva inevitabile e severa, non nei confronti della peccatrice colta in flagrante di adulterio, bensì nei confronti dei suoi implacabili giudici umani. Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei. L’accusa è esplicita, anche se non specificata a parole. Chi dei presenti non ha mai commesso adulterio nella sua vita, anche se non è mai stato beccato in flagranza di reato, scagli pure la pietra per primo, ma stia bene attento a non barare, perché Dio vede tutto e tutto giudica con estrema e suprema giustizia. Si possono ingannare gli uomini, ma non si può ingannare Dio. L’effetto delle parole di Gesù è strabiliante. Ad uno ad uno, a partire dai più anziani, gli scribi, i farisei ed i loro accoliti lì convocati per consumare un omicidio “legalizzato”, lasciano cadere dalle mani le pietre già raccolte e pronte all’uso. E con le pietre cadono le maschere di perbenismo. Sul terreno circostante si formano cumuli di pietre, che creano una barriera ideale tra la giustizia umana, gretta e sostanzialmente ingiusta e crudele e la giustizia divina, che si fonda sulla misericordia ed il perdono. Come scrisse s. Agostino, in modo mirabilmente conciso ed espressivo, di fronte si trovano la miseria (l’adultera) e la misericordia (Gesù). La “miseria” non proferisce parola ed aspetta la giusta sentenza della “misericordia”, consapevole di essere colpevole soprattutto al cospetto di Dio (il Decalogo) e delle leggi umane (che spesso chiudono un occhio quando è conveniente ed implacabili quando il reo è un/a povero/a disgraziato/a, la cui voce conta meno di niente). Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Gesù, misericordia divina in sembianze umane, non fa finta che la donna sia incorsa in un semplice incidente di percorso. Non ci è dato sapere se fosse una prostituta, se sia stata lei a sedurre il complice dell’adulterio o se ne sia stata vittima. A Gesù non interessa nulla di tutto ciò. A lui preme solo che la donna, sfuggita alla giustizia degli uomini, si renda conto che al di sopra di tutto c’è una giustizia superiore cui nulla sfugge e che, di fronte ad un vero pentimento, è sempre pronta a perdonare: neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più. Di fronte al male, Dio non si limita ad un’alzata di spalle e neppure si diverte a punire le sue creature, ma chiede uno sforzo d’amore, un atto di fede, un gesto di speranza da parte dell’uomo nella sua bontà e misericordia, un impegno morale a non peccare più.    

Domenica delle Palme, anno C

14 aprile 2019

Il racconto della Passione di Gesù è quello dell’evangelista Luca (Lc 22,14-23,56), il quale ripercorre in massima parte la cronologia degli eventi narrati dagli altri due sinottici, Matteo e Marco. Non ci soffermiamo sulla storicità del racconto delle ultime ore di vita di Gesù di Nazareth, ma ci limitiamo ad alcune riflessioni circa il significato della sua morte in croce, volontariamente accettata per condurre a termine la sua missione di redenzione dell’umanità. Luca narra la passione del Signore iniziando dal Cenacolo. Gesù ha appena istituito il sacramento per eccellenza, l’Eucaristia, fondamento di tutta la vita sacramentaria della fede cristiana, fonte e culmine della vita stessa della Chiesa. I discepoli dimostrano subito di non aver capito granché del gesto di Gesù e sono in subbuglio perché discutono tra di loro su chi sia il più grande ed il più importante nel nuovo regno, di cui Gesù sarà, evidentemente, il re. Il Maestro non ha ancora manifestato quali saranno i ruoli di ciascuno di loro nel suo nuovo regno, quali posti di responsabilità occuperanno e quali onori riceveranno in cambio della loro fedeltà. Ognuno vorrebbe essere il più grande, il primo. Gesù li redarguisce ed insegna loro la legge dell'umiltà. Tra di loro sarà più grande colui che si sentirà il più piccolo di tutti e che saprà mettersi al servizio degli altri con grande umiltà e consapevolezza della propria condizione di ultimo. È importante chi sa spogliarsi della propria vita per farne un dono di salvezza per il mondo intero. La logica di Dio è assai distante dalla logica del mondo; nel mondo ci si annienta a vicenda per prevalere l’uno sull’altro, ma con Dio ci si lascia annientare per il bene dell’altro. Proprio quello che Gesù ha cercato di far capire istituendo l’Eucaristia. Ora, il Maestro constata che Pietro e gli altri discepoli sono tentati da Satana, il quale vorrebbe vagliarli come si vaglia il grano, ma Egli assicura che vigilerà sempre su di loro con una preghiera accorata, forte ed assidua affinché il Padre custodisca Pietro nella fede. Sarà compito di Pietro rendere saldi nella fede i suoi “fratelli”. La fede di Pietro dovrà essere la fede della Chiesa e tale legge varrà fino alla fine della storia, del tempo. Finché ci saranno sole e luna, questa legge non verrà mai meno, nonostante persecuzioni, scandali ed errori umani di vario genere. Usciti dal Cenacolo, Gesù e gli apostoli si recano nell'Orto degli Ulivi. Qui Gesù si rivela in tutta la fragilità della sua natura umana. La paura della morte lo assale, al punto che Luca, da medico esperto, descrive il fenomeno dell’ematidrosi, il sudore di sangue, un evento assai raro che colpisce persone sottoposte a fortissimo stress psico-fisico. Gesù, che non ha nemmeno il conforto morale dei suoi amici, vinti irrimediabilmente dal sonno e dalla stanchezza, supera la paura con una preghiera così intensa da immedesimarsi in modo pieno e totale con la volontà del Padre. In quest’ora di forte agonia, di intenso combattimento contro la fragilità della sua umanità, Gesù non è lasciato del tutto solo. Il Signore gli manda un angelo perché lo conforti. Il racconto si snoda lungo una serie terrificante di violenze, che tutti i racconti evangelici hanno narrato con estrema semplicità e sobrietà, senza soffermarsi più di tanto sulla crudeltà di cui solo gli esseri umani sono capaci. Nemmeno il triplice rinnegamento di Pietro fa vacillare Gesù, che mantiene sempre un atteggiamento dignitoso, subendo senza un lamento tutte le vessazioni messe in atto per annientare la sua dignità di persona e la sua volontà. Gesù, l’Innocente per antonomasia, diventa simbolo di tutti gli innocenti che, nel corso della storia umana, hanno subito e subiranno violenze di ogni genere per mano dei malvagi. Persino mentre lo inchiodano alla croce, Gesù ha parole di comprensione e di perdono nei confronti dei suoi aguzzini, quasi giustificandoli perché non sanno quello che fanno. Il peccato ha reso così ciechi gli assassini di Gesù, giudei e romani insieme, così stolti ed insipienti da non sapere la gravità della loro azione e decisione. È questo il grande frutto del peccato: ci priva della mente e del cuore, ci svuota della sana intelligenza e sapienza, ci fa divenire un corpo di malvagità e di pura cattiveria, fa della nostra umanità un implacabile strumento di distruzione. La croce per Gesù è la scala che lo introduce nel suo regno, in cui accoglierà subito il ladrone che lo ha riconosciuto innocente e lo ha proclamato vero re d'Israele. C’è un regno oltre la morte, c’è un re oltre la morte. Gesù è sovrano anche della propria vita e quando “decide” che il proprio tempo è concluso, grida a gran voce e dice: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Quel grido lacera l’omertosa malvagità degli uomini di ogni tempo, scuote le coscienze intorpidite dall’abitudine al “peccato”, chiama a raccolta le potenze celesti per contrastare le forze del male fino al loro annientamento finale, lacera il velo del tempio che simboleggia non tanto il rispetto dell’uomo nei confronti della sfera divina, quanto piuttosto la presunzione dell’uomo di voler tenere divise le esigenze di Dio e la pretesa umana di non farsi condizionare nella propria libertà di scelta e di autodeterminazione. È un grido che gli uomini hanno presunto di soffocare per sempre, rinchiudendola in una sepolcro sigillato da una pietra, ma che, con la resurrezione di Cristo Signore, ha invaso l’intero universo per annunciare la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sul male, del perdono sul peccato.