Casella di testo: Santuario Diocesano dell’ Eucaristia
 
Monastero del Sacro Cuore - Via Trento 27 - Vigevano  (PV) 
 
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Casella di testo: Ordine Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eucaristia Luce del Mondo

 

 

 

 

 

 

 

                  

Tempo Ordinario anno B

 

 

 

 

 

 

II Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. (Gv 1,35-42)

 

Più gli uomini si allontanano da Dio, per compiere scelte di vita egoistiche e “materialistiche” e più si moltiplicano i casi di “crisi di coscienza” e di conversione, per cui molti ritornano alla casa di quel Padre che non li ha mai dimenticati né allontanati da Sé. Dio chiama sempre, incessantemente e senza stancarsi mai, perché vuole che tutti gli uomini lo amino e desiderino stare con Lui. Nessun uomo potrà mai dire che Dio non l’ha amato o che non l’ha “chiamato”. La sordità spirituale è assai peggiore di quella fisica. Samuele fu un grande personaggio della storia del popolo ebraico. Vissuto nell’XI secolo a.C., egli fu l’ultimo dei Giudici del popolo ebraico ed il fondatore della monarchia israelita. Profeta rispettato e temuto per la sua integrità morale ed il grande ascendente sul popolo eletto, Samuele insediò Saul sul trono regale verso il 1030 a.C. e, verso il 1010 a.C., consacrò re Davide scegliendolo, dietro consiglio di Dio, tra i sette figli di Iesse. Davide era il più giovane dei fratelli e quello fisicamente meno dotato, ma agli occhi di Dio e del suo profeta Samuele, il più adatto a reggere le sorti del popolo eletto in nome e per conto di Dio. Nato in modo prodigioso da una donna ritenuta sterile ed ormai rassegnata a portare su di sé l’infamia della propria incapacità a procreare, già in tenera età Samuele fu consacrato al Signore e destinato a servire il sacerdote Eli, un uomo retto ma incapace di tenere a freno gli eccessi dei propri figli, i quali sfruttavano a proprio vantaggio i privilegi tipici della loro funzione sacerdotale. Per contro, il giovane Samuele era di grande conforto all’anziano sacerdote, cui doveva molto nel discernimento della propria “vocazione”. Una notte, infatti, Samuele aveva udito distintamente qualcuno che lo chiamava mentre dormiva nel tempio del Signore e, pensando che il vecchio Eli avesse bisogno di lui, era accorso dal sacerdote il quale, lì per lì, aveva pensato che il suo giovane servitore avesse sentito in sogno pronunciare il suo nome, salvo poi comprendere che solo Dio poteva aver chiamato con insistenza Samuele. Ben difficilmente Dio vuole affidare a qualcuno un incarico prendendolo per il collo e scuotendolo di brutto, salvo casi del tutto eccezionali (basta rileggersi le pagine degli Atti degli Apostoli, nelle quali si narra la conversione di Paolo); di solito, Dio non alza la voce, ma ci “chiama” al suo servizio usando spesso l’intuito e la sensibilità spirituale di chi ci sta accanto e ci aiuta a discernere in noi stessi la volontà del Signore, anche se l’esito della nostra risposta non è sempre così scontato come fu per Samuele: Parla, perché il tuo servo ti ascolta (I lettura). Il salmista ha ben compreso che per rispondere al Signore “Ecco, io vengo”, occorre essere disposti a compiere la sua volontà senza tanti ripensamenti o rimpianti; Dio, infatti, ci dà tutto, ma in cambio vuole tutto da noi, suoi servitori. Egli non vuole privarci della nostra libertà, ma delle nostre vedute ristrette e dei nostri progetti a breve termine, perché desidera inserirci pienamente nelle scelte di ampio respiro che coincidono con la sua volontà di una salvezza universale e senza confini (salmo responsoriale). Quando Paolo voleva far comprendere il significato dell’appartenenza a Cristo di ogni battezzato, usava espressioni spesso crude e realistiche, pur sapendo di correre il rischio di provocare reazioni violente da parte dei suoi ascoltatori: il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Proviamo a raccontarlo, oggi, a chi fa del mercato del sesso il punto cruciale del proprio business! Tiriamone fuori un’altra: chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Chissà cosa ne pensano i pedofili, i “protettori” delle prostitute (volgarmente detti “magnaccia”), quanti praticano il turismo del sesso vantandosi con gli amici delle proprie prestazioni a pagamento? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Probabilmente non lo sappiamo, o facciamo finta di non saperlo. O se lo sappiamo, non ce ne frega proprio niente, visto e considerato che perseveriamo nel distruggere l’immagine di Dio che c’è dentro ciascuno di noi! Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo! Non facciamo dei facili moralismi se vediamo giovani e belle ragazze mettere in mostra il loro corpo nudo nei vari programmi televisivi, con la scusa che sono veline e che lavorano per amore dell’arte (?!?): spegniamo il televisore e facciamo crollare il famigerato share televisivo! Che ne è di questo tempio dello Spirito Santo, che è il nostro corpo, laddove esso viene esibito per “fare cassa” da adolescenti, casalinghe frustrate ed esibizionisti di vario genere persino sulle reti internet? Se non riusciamo a frenare questa marea montante di impurità a buon mercato, almeno non facciamoci il callo (II lettura)! Giovanni Battista e Gesù si passano il testimone; il primo ha compiuto la sua missione di precursore del Messia ed ora sta fermo, insieme a due discepoli, con lo sguardo fisso su Gesù, il quale sta passando nei pressi per andare incontro al suo destino. L’evangelista non dice da dove Gesù sta venendo né dove sta andando, ma è l’intero racconto evangelico a rivelarci che la meta di Cristo è una croce, un sepolcro e l’alba radiosa della resurrezione, da cui avrà inizio una nuova storia per l’intera umanità. «Ecco l’agnello di Dio!»; Giovanni Battista ha compreso chi è Gesù, quel suo parente di cui ha intravisto la grandezza solo il giorno prima, quando l’ha battezzato sulle rive del Giordano ed ora tocca ad altri cercare di scoprirne la vera identità ed il destino. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Per credere in Gesù occorre “camminare”, fare uno sforzo di intelligenza e di volontà, perché la fede non è un’etichetta che ci viene appiccicata addosso nel giorno del battesimo, ma richiede impegno e desiderio di conoscenza. La fede è una virtù “dinamica”, che deve essere alimentata con la preghiera, con un’adeguata istruzione e con scelte morali concrete e spesso costose perché espongono il credente a derisioni, discriminazioni e persecuzioni; come si può crescere nella fede, è altrettanto facile perderla a proprio danno e solo Dio può garantirci la perseveranza e la fedeltà nella fede in Lui, purché non cessiamo mai di chiederglielo come dono della sua benevolenza. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gesù non mostra indifferenza nei confronti di chi lo cerca ma, anzi, si ferma e si volta indietro trascurando la propria “superiorità” nei confronti dell’uomo in quanto Egli è Dio, oltre che vero Uomo e aspetta che ciascuno di noi decida di diventare suo discepolo. La pazienza di Dio va oltre ogni logica umana, perché non vuole che qualcuno si perda per strada incolpandolo di non avergli concesso il tempo di “seguirlo”. Che cosa cercate? Si tratta di una domanda esistenziale tutt’altro che banale; basterebbe chiederlo a chi cerca una risposta alle proprie ansie e paure di vivere rifugiandosi nella droga, rincorrendo il vizio ed il guadagno facile anche a costo di delinquere. Cosa pensa di trovare un essere umano nel potere, nel successo, nella ricchezza e nel culto della propria immagine, se non frammenti di una felicità illusoria, che dura, se va bene, solo lo spazio di un’esistenza terrena la quale vale quanto un granello di sabbia nei confronti dell’infinita durata della vita eterna? Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. La domanda, che i candidati discepoli rivolgono a Gesù, è un modo del tutto semitico per chiedere: cosa insegni, maestro? Che programma di vita proponi? Per capire tutto questo, i discepoli che vogliono seguire Gesù devono impegnarsi a lasciarsi alle spalle tutte le esperienze passate e lanciarsi in una nuova avventura, consapevoli che Dio non li deluderà: venite e vedrete. Per fare “conoscenza” di Dio non è mai troppo tardi; infatti, erano le quattro del pomeriggio, un paio d’ore prima del tramonto che avrebbe segnato l’inizio del nuovo giorno, secondo il modo di intendere il tempo degli ebrei. Per nostra fortuna, Dio non usa l’orologio e consente all’uomo di cambiare vita anche all’over-time, ai tempi supplementari. La “conoscenza” del contenuto essenziale dell’insegnamento di Gesù fu così convincente, che i due nuovi discepoli del Maestro di Galilea innescarono subito il classico tam-tam del passa parola, su cui si fonda la dinamica missionaria della fede in Cristo: Andrea, fratello di Simon Pietro, incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» e lo condusse da Gesù. Gesù affida le sue parole agli uomini e lascia loro il compito di trasmetterle ad altri uomini, affinché il suo messaggio di salvezza possa raggiungere tutto il genere umano, fino alla consumazione del tempo. Il primo a beneficiare di questo primo gesto missionario è Simone, fratello di Andrea. Poiché Dio ha per ciascuno di noi un progetto di vita del tutto speciale ed unico, ci chiama per nome, anzi, ci cambia persino il nome per indicare che noi siamo sua proprietà: Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Simone di Betsàida, figlio di Giovanni e pescatore di professione, d’ora in poi vedrà la propria esistenza rivoltata come un calzino da quel misterioso rabbì, indicato dal fratello Andrea come il Messia. Cocciuto, fedele, abitualmente riflessivo e paziente come ogni pescatore degno di questo nome ma, all’occorrenza, anche audace ed impulsivo, Simone è come una roccia su cui Cristo vuole far poggiare le fondamenta stesse della sua Chiesa per renderla stabile e sicura nel tempo, nonostante qualche scossone provocato dalle forze del male. Persino Pietro, la roccia, ha dovuto pagare dazio “rinnegando” il suo amato Maestro, salvo poi versare amare lacrime di vero rimorso. Nessun essere umano è immune da errori, ma come recita l’adagio: errare è umano, perseverare è diabolico. Dal pentimento di Pietro e dal perdono ricevuto da Cristo, la Chiesa sfida da due millenni pericoli, persecuzioni ed attacchi di ogni genere provenienti dall’esterno e persino dal suo interno, rimanendo fedele missionaria del vangelo di Gesù.

 

III Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui
(Mc 1,14-20).

 

Avvertiamo tutti il bisogno che cambi qualcosa nella nostra società, pericolosamente segnata ed inquinata dall’egoismo e dal menefreghismo. L’invito dell’odierna Liturgia della Parola alla conversione del cuore e della mente alla Legge di Dio, non è rivolto esclusivamente ai credenti, convinti o tiepidi, che ogni domenica frequentano chiese sempre più vuote perché le giovani generazioni cercano altrove una risposta ai loro bisogni psicologici e spirituali, ma è esteso a tutti: a chi non crede più in Dio od a chi lo rappresenta come suo ministro, a chi non ha mai creduto od ha preferito rivolgersi ai tanti imbonitori del soprannaturale, a chi ha scelto di fidarsi solo dei propri sensi e della propria intelligenza, a chi preferisce delinquere piuttosto che vivere un’onesta vita di fatica e di delusioni. Il libro di Giona fu scritto verso il V-IV secolo a.C., quindi diverso tempo dopo la fine dell’esilio del popolo ebraico in quel di Babilonia. Le vicende narrate in questo libro non devono essere intese come un racconto storico vero e proprio; il testo riferisce gli effetti della predicazione del profeta Giona, vissuto probabilmente all’epoca di Geroboamo II (che regnò nell’VIII secolo a.C., dal 782 al 753 circa) e non è da escludere che alluda ad un episodio realmente accaduto a Ninive, una città situata sulla riva sinistra del fiume Tigri presso l’odierna Mosul, nell’Iraq settentrionale e, per un certo periodo storico, capitale dell’impero assiro. Il messaggio del libro di Giona è fin troppo evidente: Dio ha misericordia di tutti gli esseri umani, anche di quelli che non coltivano la fede nell’unico vero Dio, quello adorato, per intenderci, dagli ebrei e dai loro parenti più stretti (cristiani e musulmani). Per indurre i peccatori a ravvedersi da una condotta immorale, Dio invia il suo profeta nientemeno che presso una popolazione pagana e nemica del popolo eletto. Grazie alla predicazione di Giona, gli abitanti di Ninive si convertono e dimostrano il loro cambiamento radicale di vita e di costumi con atti concreti di penitenza: Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia ed annullò la punizione che aveva progettato di comminare loro in caso di mancato ravvedimento. Viene da chiederci: guerre, epidemie, sciagure e disastri naturali di cui abbiamo quotidianamente notizia, non sono forse un segnale mediante il quale Dio vuole invitare l’umanità a pentirsi del proprio modo di vivere ed a ritornare a Lui con animo contrito (I lettura)? Se lo chiede anche il salmista: Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Tradotto: se l’uomo impara a conoscere ed a mettere in pratica la legge divina (quanti sanno elencare i Dieci Comandamenti? O meglio, quanti possono affermare con retta coscienza di averli sempre rispettati?), allora è sulla buona strada per raggiungere la salvezza eterna con l’aiuto di Dio. Non esiste al mondo essere umano immune da colpa o che non abbia bisogno del perdono di Dio: Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Abbiamo tutti un debito di riconoscenza nei confronti di Dio, che ci ama con una pazienza infinita e con un amore senza limiti: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore (salmo responsoriale). L’apostolo Paolo ha confezionato la ricetta per vivere in modo sereno e distaccato le alterne fortune di questo mondo, partendo dalla constatazione che il tempo si è fatto breve e che passa la figura di questo mondo. Il cristiano deve sentirsi “cittadino del cielo”, momentaneamente di passaggio su questa terra, dove deve imparare a vivere in modo disincantato, senza lasciarsi ingannare dalle apparenti gioie mondane: quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo. Tutto passa in questo mondo, anche l’illusione dell’eterna giovinezza promessa dagli scienziati, dai politici e dai furbastri della nostra società, i quali mirano ad intascarsi il nostro consenso, oltre che i nostri soldi! Occhio agli inganni, sembra dirci san Paolo (II lettura). Rendere testimonianza a Gesù non è, umanamente parlando, un grande vantaggio né molto salutare perché si rischia sempre l’osso del collo. Il primo a farne le spese fu proprio Giovanni il Battista, che per rimanere fedele alla sua missione di precursore di Cristo finì in prigione e, poi, fu decapitato. Con la comparsa dell’Agnello di Dio sulle scene di questo mondo, ogni essere umano deve “farsi da parte” e lasciare spazio soltanto a Lui, il Dio divenuto Uomo per salvare l’umanità dalla morte spirituale causata dal peccato di ribellione a Dio. Il Battista, dunque, si mise in disparte consapevole di aver compiuto la propria missione e di aver condotto a termine la sua vocazione profetica e lasciò campo libero al “cugino”, il quale andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». La Galilea, situata a nord della Terra Santa e confinante con popoli storicamente nemici di Israele, era considerata dai giudei una regione inquinata da usanze e credenze paganeggianti ed era guardata con un certo sospetto e con malcelato disprezzo. Solo la Samaria riusciva a superare la Galilea quale bersaglio dell’odio degli abitanti della Giudea, perché alcuni secoli prima, dopo la caduta del regno di Samaria, gli assiri vi avevano insediato intere popolazioni pagane, strappate dalle loro terre d’origine e qui deportate per sradicare da Israele la cultura e la religione del popolo ebraico. Si trattava di storie vecchie di oltre settecento anni, ma la memoria storica dei giudei non sapeva fare sconti a quel passato di guerre e di lutti. I samaritani erano identificati con gli stessi invasori assiri, che si erano resi responsabili di tanta sofferenza per il popolo ebraico, profanandone la patria con le loro pratiche idolatriche. La predicazione di Gesù iniziò dunque in Galilea, dove incontrò un discreto consenso popolare, produsse sorprendenti frutti di conversione in Samaria e, per contro, causò reazioni violente e contrarie in Giudea, che condussero al patibolo il Maestro venuto da Nazareth. Questo breve e sintetico percorso della vicenda storica di Gesù ci aiuta a comprendere meglio il contesto storico, culturale, religioso e politico in cui nacque e si sviluppò la fede nel Figlio di Dio, da molti amato fino al sacrificio della propria vita, da molti altri odiato e disprezzato al punto da volerne estirpare l’insegnamento e perfino il ricordo. Per tutti però, nemici ed amici, vale l’invito di Gesù a convertirsi e credere nel vangelo, perché Dio non vuole fare distinzioni di merito e non intende arrestarsi davanti ad un rifiuto: tutti gli uomini sono figli suoi e nessuno di loro deve andare perduto, inghiottito dalle tenebre del male. In fin dei conti, la morte in croce di Gesù insegna proprio questo. Se Dio ha scelto di farsi Uomo e di versare il proprio sangue fino all’ultima stilla, lasciandosi uccidere in modo disumano e crudele per mano degli uomini, l’ha fatto perché a tutti fosse data la possibilità di essere salvati e di essere liberati dalle grinfie del principe del male, biblicamente simboleggiato dalle acque profonde e spesso burrascose del mare. L’immagine dei pescatori rende bene l’idea di come Dio voglia comportarsi nei confronti dell’uomo; quello del pescatore è un lavoro di grande pazienza e di attesa. A volte, la rete gettata in acqua non cattura nemmeno l’ombra d’un pesce, altre volte, invece, raccoglie una grande quantità di pesci, di cui alcuni buoni ed altri meno buoni da servire in tavola. La separazione tra pesci buoni e pesci cattivi è un’operazione che richiede cautela e tanta esperienza e Dio non ama scartare il “pesce cattivo” a cuor leggero, quasi con spirito di vendetta. Simone, detto Pietro e suo fratello Andrea erano pescatori provetti, abituati alle lunghe attese durante le notti trascorse in barca sulle acque del lago di Galilea ed avvezzi ai cambi d’umore del tempo. Quando Gesù li invitò a seguirlo, volendo fare di loro dei pescatori di uomini, istintivamente compresero cosa Egli intendeva ottenere dalla loro collaborazione: affrontare delusioni, rischiare il rifiuto, condividere i successi di una “buona pesca”, confidare sempre nell’aiuto di Dio e lasciar fare a Lui nel giudicare la bontà del pesce pescato. C’è una bella differenza tra pescare pesci e raccogliere nella rete dell’amore di Dio degli esseri umani, ma l’arte della pesca è sempre la stessa. I fratelli Giacomo e Giovanni erano anch’essi pescatori, ma furono chiamati da Gesù mentre stavano rassettando le reti. Quante volte sembra che Dio sia indifferente davanti alle tragiche vicende della nostra vita; in realtà, anche Lui deve “perdere” un po’ di tempo, di tanto in tanto, per cercare di “catturare” al suo amore le anime più ostinate e resistenti rimettendo in sesto le fragili capacità dei suoi collaboratori, che con il loro comportamento si lasciano sfuggire assai spesso anche i pesci più grossi e più belli. Perché Dio ha scelto di avvalersi dell’opera degli uomini per affermare il suo Regno sulla terra? Perché non ha preferito fare da solo, anche a costo di vedere le sue reti spezzate a causa dell’incuria e della negligenza di coloro che affermano di credere in Lui e di essere al suo servizio? Mistero. Mistero d’un amore umanamente incomprensibile ed irraggiungibile.

 

IV Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!».  E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea
(Mc 1,21-28).

 

I profeti non hanno mai avuto vita facile, poiché parlare “in nome e per conto di Dio” è sempre un rischio. L’uomo, infatti, non ama farsi dire da Dio cosa deve fare o come deve comportarsi, né vuole dare credito alla profezia, che è la “voce” molesta della sua coscienza. Di conseguenza, il profeta è un personaggio scomodo, che va regolarmente contro corrente e non è manipolabile. Ci sono due modi per neutralizzare i profeti di Dio: eliminarli fisicamente o spacciarli per ciarlatani, mettendone in ridicolo il “messaggio”, che invita tutti alla conversione. La società che mette il bavaglio ai profeti del proprio tempo è destinata al declino. Più l’uomo è lontano da Dio e più l’esperienza del trascendente può causare angoscia e terrore. Il popolo ebraico, in fuga dall’Egitto, ebbe modo di assistere alle manifestazioni teofaniche del Sinai ricavandone un’impressione profondamente inquietante: Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Temendo di essere annientati da un contatto troppo ravvicinato con Dio, gli ebrei chiesero l’intervento di un “mediatore” che fungesse da filtro, assumendo su di sé tutto il peso ed il rischio di essere esposto all’abbagliante luce di Dio. Mosè era questo mediatore, peraltro scelto da Dio stesso, ma era pur sempre un essere umano e mortale. Chi avrebbe potuto prendere il suo posto a tempo debito? Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. La storia dell’antico popolo d’Israele è piena di “profeti”, che riferirono la volontà del Signore agli esponenti della dirigenza politica e religiosa ebraica ed alla gente comune, ma fecero quasi tutta una brutta fine. Col sangue essi suggellarono la loro fedeltà a Dio, testimoniata anche a costo di far ritorcere su di sé il livore e la malvagità dei capi ebrei, pur di non incappare nel severo giudizio di Dio: il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri déi, quel profeta dovrà morire. La morte dell’anima è cosa ben peggiore di quella del corpo (I lettura). È tragico il destino di quegli uomini che rifiutano di riconoscere Dio come loro Signore e guida; l’intero universo porta i segni della bontà e dell’infinita potenza del Creatore, ma nonostante questo, molti ancora preferiscono compiacersi delle proprie capacità e potenzialità umane piuttosto che prostrarsi davanti al Signore che li ha fatti per adorarlo (salmo responsoriale). Le raccomandazioni rivolte da Paolo ai cristiani di Corinto suonano obsolete e retrograde alle orecchie di tanti cristiani del nostro tempo: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. La castità, liberamente scelta per mettersi al servizio del Signore, sta diventando un’opzione di vita sempre meno frequente, almeno nel mondo occidentale e da molti, psicologi in testa, è considerata come una specie di mutilazione della propria personalità od un ostacolo alla piena maturazione umana dell’individuo. Gli scandali “sessuali”, che stanno travolgendo alcuni settori della Chiesa, sembrano dare ragione a quanti sostengono l’inadeguatezza della castità perpetua in funzione dell’equilibrio psico-fisico delle persone che hanno consacrato a Dio, in modo radicale, la loro esistenza. Il problema è un altro: è la castità ad essere d’intralcio alla maturazione psicologica, morale e spirituale dell’essere umano o non piuttosto un’educazione maldestra, parziale, fuorviante e contraddittoria alla scelta della castità come mezzo per dedicarsi alle “cose del Signore” in modo libero da condizionamenti e da egoistici interessi “umani”? la risposta che ne dà Paolo può essere illuminante: questo lo dico per il vostro bene; non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni. Non è la castità ad ostacolare l’uomo e la donna che si mettono a totale disposizione del Signore, ma è l’umana fragilità ad esporre le persone consacrate a Dio al rischio di rovinare questo loro rapporto privilegiato col Signore, specie se abbandonate a se stesse ed alla propria miseria (II lettura). È sabato, un giorno sacro per gli ebrei. In Israele e nelle comunità ebraiche sparse in tutto l’impero romano ed al di là dei suoi confini, in giorno di sabato ogni attività lavorativa è ferma. Per gli ebrei è un dovere partecipare alle sacre funzioni nella sinagoga, dove si ascolta la Parola di Dio (la Bibbia), si prega, si canta e si recitano le diciotto “benedizioni” (shemonèh esrèh) per celebrare le lodi del Dio di Israele. Gesù, di cui si sta rapidamente diffondendo la fama come rabbì di grandi doti comunicative ed assai poco convenzionale, entra nella sinagoga di Cafarnao e dal rabbino, che dirige abitualmente l’assemblea in quel luogo di culto, viene invitato a leggere il testo sacro stabilito per quel giorno ed a commentarlo. Non si tratta di un evento eccezionale, bensì di un gesto di cortesia piuttosto abituale per i rabbini ebrei, che non si lasciano sfuggire l’occasione di invitare un personaggio famoso, di passaggio nella loro sinagoga, a rendere testimonianza alla fede in Dio con la loro parola e la loro conoscenza della Torah. Il commento di Gesù al testo biblico, da lui appena letto con voce calma, sicura e con grande sentimento, appare subito ai presenti come un insegnamento fuori del comune: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Appare chiaro a tutti che Gesù non è un professionista, freddo ed asettico, che ripete in modo pappagallesco delle nozioni imparate alla scuola rabbinica, ma il suo modo di spiegare le Scritture, così convincente e coinvolgente, non ha nulla a che vedere con l’insegnamento dei soliti scribi, capaci di usare belle parole ma senza l’autorità di chi sa veramente di cosa sta parlando. Nessuno dei presenti sa che Gesù è la stessa Parola di Dio, appena letta ed ascoltata, diventata Persona umana! Pochi di loro lo sapranno a tempo debito, dopo la sua resurrezione e saranno disposti a credere in lui. Tutti, però, comprendono che tra Gesù e gli scribi, cioè le persone più istruite d’Israele in campo religioso (e biblico), c’è un abisso di sapienza e di verità.

Tra i fedeli ebrei presenti nella sinagoga c’è un uomo, che molto probabilmente è uno dei tanti praticanti, convinti o semplicemente abitudinari, della sinagoga. Un fedele qualunque, senza infamia e senza gloria, che ha però un difetto o, meglio, un tarlo che lo rode dentro: costui, infatti, era posseduto da uno spirito impuro. Probabilmente era il tipico uomo virtuoso in pubblico e vizioso tra le rassicuranti mura della sua privacy. Un vero ipocrita, capace di mostrarsi fervido credente per farsi ammirare ed additare come esempio dagli altri fedeli del villaggio di Cafarnao ma, sotto sotto, una vera “carogna”, capace di far soffrire il prossimo attraverso gesti di avidità, di egoismo e di superbia. Davanti a Gesù, che è il Volto umano dell’infinita bontà, purezza e misericordia di Dio, nessun uomo può dirsi veramente puro e santo, tanto meno quest’uomo nel quale ha trovato stabile dimora uno spirito impuro, il quale “dà di matto” e si mette ad urlare: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». Questa frase ci deve far riflettere e parecchio. L’astuzia del diavolo è proverbiale, perché insinua negli uomini l’idea poco originale della sua non-esistenza; se andassimo a chiedere ai soliti frequentatori delle nostre chiese se credono nell’esistenza del diavolo, probabilmente ci risponderebbero di si, magari con qualche titubanza e qualche distinguo perché hanno sentito in televisione il teologo più in del momento affermare che il diavolo e l’inferno sono frottole senza senso, ma se spostiamo la nostra intervista pochi metri fuori delle nostre chiese, alla stessa domanda ci risponderebbero con un ghigno, un’alzata di spalle o con qualche insulto più o meno volgare. Anche questa è opera del diavolo, lo spirito immondo di cui parla il vangelo odierno. Che cosa vuoi da noi? Interessante. Il diavolo parla al plurale, il che vuol dire che non è solo, ma in buona compagnia ed ai diavoli la presenza di Gesù dà terribilmente fastidio, perché non possono fare quello che vogliono del cuore dell’uomo: Sei venuto a rovinarci? Ciò che manca al diavolo non è la conoscenza di Dio, ma l’amore per Lui e la fiducia nella sua misericordia: Io so chi tu sei: il santo di Dio! Prepotente ed infido, vero nemico di Dio e dell’uomo, menzognero e padre di ogni menzogna, così malefico da mandare “fuori dei gangheri” persino Gesù, il quale ordina severamente a quello spirito immondo: «Taci! Esci da lui!». Si tratta del primo esorcismo di Gesù riferito dall’evangelista Marco, che in questo breve racconto ci insegna due cose: Gesù è la Parola di Dio incarnata ed è Signore anche del mondo soprannaturale, cui tutti devono obbedire, compresi gli spiriti immondi (o diavoli, che dir si voglia). E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Chi dovesse avere la ventura di assistere ad un esorcismo su una persona “posseduta” dal demonio, avrebbe modo di farsi venire la pelle d’oca. Garantito. A proposito, certa cinematografia di bassa lega ci ha propinato una serie di esorcismi che vogliono “esorcizzare” l’atavica paura del diavolo, con l’intento malcelato di farci credere che si tratta di fandonie, ma teniamo ben a mente l’insegnamento del vangelo: con Dio non si scherza, ma nemmeno col diavolo. Chiedere a chi ha subito ogni sorta di orrore psicologico e materiale da parte dei cosiddetti appartenenti alle sette sataniche, che pullulano nella nostra società a causa del suo graduale ed inesorabile allontanamento da Dio. Un uomo assediato, peggio, posseduto da satana, è un brutto cliente anche per psicologi e psichiatri, la cui arte medica nulla può contro una simile “piaga”. Il male non è un’entità astratta, oggetto di disquisizioni filosofiche o sociologiche nei dibattiti televisivi, ma ha i connotati di uno spirito immondo capace di strappare anime a Dio specie se queste “anime” hanno scelto di allontanarsi da Dio. Tanti uomini non credono né nel diavolo né in Dio; semplicemente, non credono in niente. Perché allora il diavolo ha sentito il bisogno di “confessare” l’identità intima e nascosta di Cristo proprio nel bel mezzo di un’assemblea sacra, smascherando di fatto anche la propria subdola identità di “spirito del male”? Nel cuore dell’uomo non c’è evidentemente posto per due: o vi abita Dio o vi dimora il diavolo. Nota a margine: un uomo “posseduto da uno spirito impuro” può circolare ovunque e persino entrare in chiesa, formulando preghiere che sono bestemmie al Santo Nome di Dio e fingendo una devozione che non gli appartiene, ma se gli uomini non s’accorgono della presenza del diavolo in mezzo a loro, Dio lo “vede” e lo “sente” bene.

 

V Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Mc 1,29-39).

Il chiasso non aiuta a risolvere i tanti disagi della nostra quotidianità e, anche quando sembra “anestetizzare” la nostra coscienza, in realtà contribuisce ad isolarci dagli altri e, soprattutto, a tenerci lontani da Dio. Per recuperare un rapporto “umanamente” sostenibile col nostro prossimo, è necessario fare silenzio al di fuori e dentro di noi ed avere la pazienza di “ascoltare” la Parola sussurrata e rispettosa di Dio, che sollecita la nostra volontà, la nostra intelligenza e si affida alla nostra libertà di scelta. Giobbe è una figura biblica emblematica dell’impegno che ogni uomo può sperimentare sulla propria pelle quando sceglie di vivere onestamente, senza farsi trascinare dalla rabbia contro Dio quando arrivano immancabilmente i rovesci della vita come le malattie, le disavventure economiche, le difficoltà familiari e l’incomprensione degli amici. Quando si dice che la vita è una bella rosa, profumata e dai colori splendidi fin che si vuole, ma con le immancabili spine delle prove e delle tribolazioni… Giobbe, in definitiva, può essere ciascuno di noi, che siamo destinati a compiere un duro servizio sulla terra. Siamo tutti, in qualche modo, schiavi delle nostre abitudini e dei nostri pregiudizi e non ci accorgiamo che il tempo sfugge tra le nostre mani. La nostra vita su questa terra non è eterna ed i nostri giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Le malattie, i rovesci economici e l’ineluttabilità della morte ci mettono addosso una grande ansia e, talvolta, ci fanno rigirare nel letto contando le ore che non passano mai. La depressione è proprio una pessima compagna di vita e fa il paio con l’incoscienza di chi vive come se non dovesse morire mai, sciupando la propria esistenza in vizi e stravizi, salvo poi accorgersi che la vita è un soffio quando ormai è troppo tardi per porre rimedio alla propria stoltezza (I lettura). Il salmista ritiene che solo Dio possa portare pace nel cuore dell’uomo, perché è il vero ed unico Signore del tempo e della storia: Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome, nulla è davvero impossibile a Dio. Se l’uomo accetta di riconoscere la signoria di Dio nella propria esistenza, allora può veramente affrontare e superare di slancio l’incertezza della vita quotidiana dimostrandogli la propria riconoscenza e gratitudine (salmo responsoriale). Paolo sa che alcuni cristiani della comunità di Corinto vivono esclusivamente di chiacchiere e sono convinti che predicare il vangelo di Cristo sia un motivo di vanto; costoro hanno persino costituito dei clan di sostenitori di Paolo, di Cefa, di Apollo e di “Cristo”, di cui fanno “il tifo” come se fossero allo stadio, vantandosi di appartenere all’una o all’altra di queste fazioni. Paolo taglia corto e prende le distanze da questi “professionisti della chiacchiera”, rivolgendo loro una dichiarazione dura e netta: annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! L’appartenenza a Cristo non ammette giochetti a nascondino: annunciare e testimoniare il vangelo di Gesù non è un esercizio dialettico, ma un costante impegno di vita, che spesso e volentieri costa anche caro e salato. Pur di annunciare a tutti gli uomini che Cristo Signore ha portato la salvezza e che questa ha una dimensione universale, Paolo si è fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero e debole con i deboli, per guadagnare i deboli. Ciò significa non aver paura di nulla e di nessuno, pur di far giungere la Parola di Dio in ogni angolo del pianeta, in barba alle dittature politiche, alle lobbies economiche, agli integralismi religiosi ed ideologici ostili a Dio ed al suo Cristo: tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (II lettura). Quel sabato Gesù ha compiuto un’azione lodevole e meritoria nella sinagoga, perché ha liberato un uomo da uno spirito impuro, eppure quel gesto non è sfuggito all’attenzione vigile ed oppressiva di “scribi e farisei”, che in quel miracolo hanno già visto una violazione del sabato. Per un pio ebreo, infatti, il sabato deve essere rispettato evitando con estrema pignoleria ben 39 “lavori” e tutte quelle azioni che ne possono essere correlabili od assimilabili. La gente comune, però, non è così fiscale e si rende conto che le doti taumaturgiche di Gesù sono un dono del cielo. Non tutti possono ricorrere alle cure di un medico, poiché non hanno i mezzi finanziari sufficienti per pagarne la parcella, ma Gesù sembra essere un fior di “medico” capace di guarire in un amen e, per di più, a buon mercato. Infatti, non si fa pagare! Uscito dalla sinagoga, dove ha lasciato i frequentatori abituali delle cerimonie del sabato a discutere su quanto hanno visto e sentito, Gesù si reca all’abitazione di Simon Pietro ed Andrea in compagnia dei fratelli Giacomo e Giovanni, i quali lo informano che la suocera di Pietro è a letto con la febbre alta. I due sono affezionati a quella donna, di cui descrivono al Maestro le virtù tessendone le lodi. La suocera di Pietro è una donna davvero in gamba: solerte, premurosa, generosa, attenta ad assecondare gli umori degli uomini di casa, specie quando tornano a casa all’alba con un “muso” lungo così dopo una nottata trascorsa sul lago a pescare… il nulla. Non sempre il lago di Galilea regala delle belle retate di pesci! Giunto al capezzale dell’ammalata, Gesù evita di fare troppi convenevoli; presala per mano, la solleva dal suo stato di profonda prostrazione fisica e, soprattutto, psicologica, perché la suocera di Pietro si sente inutile, quasi un peso per gli uomini di casa, abituati all’operoso dinamismo della donna. La febbre, che sta divorando da qualche giorno la poveretta, scompare all’istante e la forza fisica le ritorna in modo sorprendentemente rapido, insieme alla fiducia nelle proprie risorse morali e spirituali. Ora, il peso di quella famiglia numerosa ed abituata alle fatiche quotidiane, può ritornare a gravare sulle sue spalle robuste e generose. Senza perdersi in chiacchiere inutili, la donna si mette a servirli con la solita solerzia, ringraziando per la salute riacquistata il misterioso Maestro ed amico del genero, per seguire il quale Pietro ed Andrea hanno abbandonato barca e reti. La grazia del Signore è entrata in quella casa, neutralizzando le calunnie e le maldicenze delle malelingue, pronte a scommettere che quella febbre è stata mandata da Dio per punire la donna di qualche nascosta manchevolezza. Venuti a sapere di questo secondo “miracolo”, avvenuto quel giorno, gli abitanti di Cafarnao formano un assembramento davanti alla porta di casa di Simon Pietro ed implorano Gesù di guarire i malati e gli indemoniati della cittadina. Chi è malato nel corpo è facile preda di ansia, depressione, sconforto, paura; per contro, chi vive profondi disagi interiori, lasciandosi rodere dal tarlo dell’odio, della gelosia, dell’invidia, della vendetta e della rivalsa nei confronti del prossimo, si espone facilmente al rischio di ammalarsi per davvero anche nel corpo. Spesso e volentieri gli occhi sono lo specchio dell’anima e tante malattie sono etichettate come psicosomatiche perché sono causate da stress emotivi e da disordini morali profondi. Ognuno di noi può accogliere dentro di sé i demoni dell’orgoglio, dell’autosufficienza e della presunzione e, se cediamo alle loro tentazioni, rischiamo di mandare in frantumi la nostra stessa dignità umana, ammalandoci di insoddisfazione, di frustrazione e di paura del fallimento. Gesù scaccia molti demoni, ma non “tutti”, non per impotenza od incapacità, bensì per l’aperta opposizione dell’uomo e per il suo rifiuto di lasciarsi “guarire” da Cristo. Se l’uomo è o si sente libero di negare la divinità di Gesù, i demoni non possono farlo perché sanno benissimo chi è Gesù, anche se lo odiano con tutta la forza del loro essere e si sentono quasi “costretti” a proclamare la sua divina superiorità. Gesù, però, li zittisce. Non sono i demoni a dovergli rendere una “pelosa” ed astiosa testimonianza, ma solo Dio Padre. Solo Dio, sommo Amore, ha il diritto di qualificare il gesto d’amore con cui Gesù ha fatto dono della propria vita per rendere gli uomini degni di essere “figli di Dio”, facendo loro recuperare la piena dignità umana distrutta dal peccato originale. Dopo una giornata faticosa, trascorsa ascoltando, consolando, guarendo, ammonendo ed incoraggiando, Gesù sente il bisogno di “ricaricare le pile”, rifugiandosi nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera. Per parlare “con” Dio e “di” Dio, anche Gesù sente il bisogno, in quanto vero Uomo, di fare il vuoto dentro di sé riempiendo tutto il proprio essere della Presenza assoluta ed assolutizzante di Dio. L’onda travolgente del successo rischia di investire la persona umana di Gesù, che fiuta il pericolo di una soddisfazione orgogliosa e si rifugia nella preghiera, in perfetta solitudine. Gesù ed il Padre, da soli e senza distrazioni di sorta. Solo così, nell’intimo e silenzioso colloquio con Dio, si può sconfiggere il demonio, l’antico nemico dell’uomo e del disegno salvifico del Padre.

 

VI Domenica del Tempo Ordinario, Anno B

 

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte (Mc 1,40-45).

La lebbra è un male terribile, causato da un microbo, il bacillo di Hansen, che può essere debellato con opportune terapie mediche, il cui costo è quasi irrisorio nelle società più evolute, ma inavvicinabile nei paesi più poveri del mondo. Altre malattie, tipiche del nostro tempo come l’AIDS, sono devastanti come o più della lebbra, che nell’antichità era considerata una vera maledizione del cielo, ma vale sempre la regola che a pagare il prezzo più salato sono sempre i poveri della terra, allora come oggi. La lebbra dell’anima, però, è un flagello che sembra avere maggior incidenza tra i più ricchi e potenti del mondo! La lebbra (in ebraico tzaraath), di cui parla il Levitico, non sembra essere quella a noi oggi nota come “morbo di Hansen”, ma risulta essere un termine usato per descrivere diverse malattie del tipo più disparato, che si manifestano anche con lesioni cutanee come l’eczema, la micosi cutanea, la psoriasi, la vitiligine, le ulcere, la peste e molto altro ancora. L’autore sacro prende di mira la “lebbra” in quanto compendio di tutte le malattie responsabili di varie epidemie ed endemie, che periodicamente decimavano la popolazione in assenza di una farmacopea adeguata, suggerendo di neutralizzare il contagio mediante l’isolamento e l’emarginazione dei soggetti malati. Non conoscendo la causa della stragrande maggioranza delle malattie, gli ebrei ed i loro contemporanei ritenevano che esse fossero il frutto della maledizione divina per qualche comportamento disdicevole del singolo individuo o di un’intera società. Considerando i “lebbrosi” degli impuri, castigati da Dio a causa del loro peccato, gli ebrei li segregavano sia dalla società civile che da quella religiosa, impedendo loro di partecipare alle sacre funzioni, che si svolgevano nei luoghi di culto e limitando, di fatto, il rischio del contagio. I sacerdoti erano le persone deputate a formulare la diagnosi di “lebbra” ed a sancire il trattamento coatto mediante l’espulsione temporanea dei malati dalla comunità; troppo spesso l’allontanamento provvisorio si trasformava in una sanzione definitiva ed irrevocabile, cui solo la morte del malcapitato poneva fine. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Il marchio d’infamia del “lebbroso” era fin troppo evidente e tutti potevano riconoscere a distanza un “malato di lebbra”. Nei casi di guarigione dalla malattia, il fortunato veniva riammesso in seno alla comunità e reintegrato nelle pratiche religiose: “Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (I lettura). Per il salmista, la vera “lebbra” è quella che colpisce l’anima, abbrutendola agli occhi di Dio, il quale “vede” nel profondo del cuore di ogni essere umano il peccato d’orgoglio e di ribellione al suo Signore: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa”. Per essere interiormente purificati e guariti dalla “lebbra” del male, occorre confessare al Signore le nostre iniquità e riconoscere la nostra debolezza con umiltà e con la fiducia di essere da Lui perdonati e sanati (salmo responsoriale). La comunità cristiana di Corinto sta dando molte soddisfazioni a Paolo, ma anche qualche preoccupazione. Diversi cristiani, convertiti dal paganesimo, non sono ancora riusciti a scrollarsi di dosso le vecchie e brutte abitudini ereditate dal paganesimo e, col loro comportamento un fin troppo libertino, sono causa di scandalo per le anime più semplici ed innocenti della comunità. Bisogna cambiare registro a tutti i costi ed al più presto: “Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” e, soprattutto, “non siate motivo di scandalo”. D’altra parte, i cristiani hanno davanti ai loro occhi un modello vivente di virtù cristiane, Paolo stesso, il quale ha fatto dell’imitazione di Cristo il suo progetto di vita più faticoso, impegnativo ed esaltante al tempo stesso: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (II lettura). Gesù ed un lebbroso. Due esseri agli antipodi. Il primo è l’Uomo perfetto, purissimo e mai toccato da ombra di male perché, oltre che vero uomo, è anche vero Dio; il secondo è l’esempio dell’uomo letteralmente “roso” da un male terrificante come la lebbra, che manda letteralmente in pezzi chi ne è affetto, ma è anche distrutto dentro, nel profondo del suo cuore, perché è un emarginato dalla società civile, un “maledetto” dagli uomini cosiddetti sani e, forse, anche da Dio. Tutti gli hanno detto che la lebbra è una maledizione mandata dal cielo a coloro che hanno offeso Dio commettendo qualche colpa grave. Il lebbroso è disperato; in troppi gli hanno rinfacciato la sua condizione, molti gli hanno lanciato contro delle pietre per tenerlo alla larga e per non rischiare il contagio ed ormai si è convinto che gli “altri” hanno forse ragione di pensarla così. Al poveretto sono giunte notizie mirabolanti a proposito di Gesù, che guarisce nel cuore e nel corpo le persone più sfortunate d’Israele. Gesù è la sua ultima speranza di uomo ormai privato dagli uomini di ogni speranza. Deciso ad incontrare il Maestro che viene dalla Galilea, il lebbroso si apposta lungo la via per la quale deve passare Gesù, attorniato dai fidi discepoli ed accompagnato da una folla numerosa di gente bisognosa di una parola di conforto o di perdono od in attesa di un miracolo. Quando Gesù gli giunge a tiro, il lebbroso gli si fa incontro, senza nemmeno accorgersi degli sguardi inorriditi della gente che s’accalca attorno al Maestro e che si fa lestamente da parte; con fare incerto, il poveruomo si lascia cadere in ginocchio davanti a Gesù, riconoscendone la santità e la sublime virtù e lo supplica con una preghiera semplice, toccante e di pochissime parole: Se vuoi, puoi purificarmi!”. Il malato non desidera guarire “solo” dalla lebbra del corpo, ma anche da quella dell’anima, che l’ha reso sfiduciato, arrabbiato con Dio e col prossimo, ansioso di farla pagare cara a quanti lo hanno insultato, fatto bersaglio di scherni e di sassate da quando si è ammalato. La malattia non gli ha tolto solo qualche pezzo di carne dalle mani, dai piedi e dal viso, ma gli ha strappato via anche la dignità umana e la stima che aveva di se stesso prima di ammalarsi! Gesù ha compassione di quell’uomo, si sente fremere fino all’ultima fibra del proprio essere come Uomo e come Dio, lo tocca e con la forza della sola Parola lo guarisce dentro e fuori, nell’anima e nel corpo. Gesù “tocca” con mano la disperazione del lebbroso e la fa propria, dandole un senso nuovo, trasformandola in speranza e fiducia nella potenza liberatrice e salvatrice di Dio: Lo voglio, sii purificato! Gesù non si aspetta il ringraziamento del miracolato, anzi, gli impone il silenzio. Nessuno deve sapere, nessuno deve permettersi di riporre in Lui delle false attese miracolistiche, che nuocerebbero alla sua missione messianica spirituale; Gesù compie miracoli solo come risposta alla fede dell’uomo o per suscitare una fede genuina e pura nella propria Persona, non per esibizionismo o per ricevere lodi interessate ed egoistiche. Il miracolo è un di più, che nulla aggiunge e nulla toglie alla misericordia di Dio, il quale ama l’uomo di un amore viscerale di cui l’amore materno o paterno, che esiste tra gli esseri umani, è solo una pallidissima immagine: Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro. Il dovere del lebbroso sanato è quello di mettersi a posto con la Legge, ringraziando Dio del dono ricevuto e testimoniandone la bontà libera e gratuita alle persone che lo rappresentano tra gli uomini: i sacerdoti. Costoro possono essere delle sante persone o degli emeriti farabutti, ma Dio li ha scelti come suoi rappresentanti per indicare la sua presenza santificante e redentrice tra gli uomini. Anche il miracolato deve saper andare oltre le apparenze di una Legge rigida e persino impietosa, per certi aspetti e non deve permettersi di giudicare l’integrità morale del sacerdote, davanti al quale deve presentarsi per dimostrare la propria guarigione. Se costui fosse un “lebbroso” dentro la propria anima, non spetterebbe comunque a lui, lebbroso sanato da Gesù, giudicarlo o criticarlo. A questo deve pensarci Dio e Dio soltanto. Nonostante l’ammonimento ricevuto da Gesù, il lebbroso guarito si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti. Troppo grande è la gioia di una salute recuperata in modo insperato e prodigioso, troppo inebriante la sensazione di sentirsi libero di sprigionare tutte le energie positive di un cuore affrancato dall’angoscia e dalla disperazione per non sentirsi in dovere di raccontare a tutti cos’ha fatto Gesù per lui, che fino a poche ore prima si sentiva ingabbiato in una tristezza cupa, sconfinata e senza vie d’uscita. La testimonianza del miracolato è così convincente che tutti accorrono dal Maestro, cui non resta che cercarsi luoghi deserti e scomodi per trovare un po’ di pace. Gesù non vuole che si faccia pubblicità al suo potere taumaturgico, perché il suo messianismo potrebbe essere frainteso. Egli, infatti, è venuto a guarire i cuori induriti e le anime guastate dal peccato, non a regalare un benessere materiale a buon mercato, dispensando miracoli a richiesta. La conversione del cuore, della volontà e dell’intelligenza al superiore volere di Dio comporta sacrificio, rinuncia al proprio orgoglio ed all’egoistica affermazione delle aspirazioni personali per mettersi all’esclusivo servizio di Dio. Il potere inseguito dagli uomini, con tutti i suoi risvolti negativi, è un ostacolo all’incontro con Dio e Gesù non vuole che si equivochi sul “potere” concessogli dal Padre di dominare le forze del male e le relative conseguenze sul piano spirituale e materiale. Va da sé che anche Dio deve subire, qualche volta, l’esuberante entusiasmo delle sue creature, specie quando queste si sentono gratificate da una “grazia ricevuta”!